Vogliamo far conoscere un bell’articolo della giornalista Geraldina Colotti, apparso sul il Manifesto di Mercoledì 16 Aprile 2014, sull’attacco che la compagnia petrolifera Chevron sta portando avanti contro l’attuale governo di Rafael Correa. Dobbiamo però prima di iniziare a leggere questo articolo anticipare alcuni distinguo. Noi comunisti pensiamo che se è vero che l’attuale governo di Rafael Correa ha invertito la tendenza neoliberista che sino a 7 anni fa imperversava in Ecuador, rendendolo uno dei paesi più indebitati del Sudamerica, è anche vero che non c’è stata quella grande trasformazione sociale e politica che vuol far credere l’attuale governo se, come dice la stessa Geraldina Colotti, ancora dopo 7 anni, un ecuadoriano su 4 (cioè il 25% della popolazione) patisce la fame e se circa 2 milioni di ecuadoriani sono ancora costretti a vivere e a lavorare all’estero (in Europa o negli USA) in condizioni non sempre ottimali. Con questo non vogliamo oscurare i meriti che senz’altro ha l’attuale Presidente Rafael Correa, nell’aver fatto diventare l’Ecuador un paese moderno, migliore, dove i diritti dei cittadini sono garantiti più di prima e dove si è investito più di prima nel sociale, tanto che, unico caso in tutto il subcontinente latinoamericano, non esiste disoccupazione, né inflazione. Ma da qui a sostenere che siamo di fronte ad uno stato socialista o a un governo socialista ce ne corre. La stessa vicenda della Chevron, qui ben documentata è sintomatica: l’Ecuador di Correa è partito inizialmente con la richiesta di 19.000 milioni di dollari americani di risarcimento per i gravissimi danni recati alle etnie e all’ambiente, dovute alle indiscriminate trivellazioni della Chevron, per poi ridursi a trattare per soli 9 milioni di dollari. E non è ancora finita, visto che quest’ultima cifra al ribasso sarà oggetto con buona probabilità di un ulteriore arbitrato presso la Corte Permanente dell’Aia. E come è detto anche nell’articolo della Colotti, alla fine la colpa può essere addossata alla ditta governativa Petroecuador, unica colpevole dei danni arrecati al paese, secondo le accuse mosse in tribunale dagli avvocati della Chevron. Con il rischio di vedersi così sfumare un rimborso adeguato. Oltre a ciò il governo di Rafael Correa non fa nulla per tutelare l’ambiente naturalistico e, fallita l’idea iniziale di Correa di compensare del 50% del valore dei giacimenti petroliferi che l’Ecuador lasciava sotto il suolo del parco di Yasunì, il governo ha avuto la bella idea di andare a toccare anche quelle riserve che giacciono nel Parco Naturale di Yasunì, una delle riserve più preziose del continente sudamericano. Tutto ciò ha suscitato non poche proteste fuori e dentro l’Ecuador e ha visto allargarsi l’opposizione al di là del movimento ecologista ecuadoriano, comprendendo intellettuali progressisti e membri del clero cattolico. Un membro del clero cattolico ha scritto un libro assai critico con queste scelte del governo di Correa. Il governo ha reagito malamente, nel Settembre 2013, proibendo la vendita del libro, suscitando tante e vivaci proteste, a destra come a sinistra, da vedersi costretto, dopo 2 giorni, a ritirare il divieto, provocando di fatto l’esaurimento del libro in poche ore dalle librerie dell’Ecuador, ottenendo così l’effetto contrario a quello desiderato. Tutto ciò dimostra come la rivoluzione cittadina, tanto propagandata dal governo di Rafael Correa, abbia in realtà un basso profilo e come questo governo non sia stato capace di realizzare una nuova progettualità politica se si vede costretto, come i presidenti precedenti a puntare molto su nuove estrazioni petrolifere di nuovi giacimenti, andando addirittura a toccare le proprie riserve petrolifere e intaccando parchi naturali sino a oggi vergini, con grave danno per le etnie nomadi che vi sopravvivono e per l’ambiente. E che il governo di Rafael Correa si stia lentamente rimangiando tutto il suo iniziale e innovativo programma di governo lo hanno dimostrato le appena trascorse elezioni amministrative, in cui il partito di Correa ha subito un forte arretramento e ha perso il controllo della capitale Quito, che è passata in mano ad una giunta social cristiana, la formazione politica di destra, filo statunitense e rappresentante, più di altri, degli interessi della vecchia oligarchia politica. A Guayaquil, la città commerciale più importante del paese, l’avversario Nebot si riconferma sindaco e sbaraglia la candidata del partito del Presidente. Nel complesso il partito di Correa supera appena il 40% che diventa 52% se sommato agli alleati del piccolo raggruppamento “Avanza”, ma non ha più nel paese quella maggioranza schiacciante che lo contraddistinse nei primi 5 anni di governo. Complessivamente nel paese si fa avanti una nuova opposizione che ha nel partito indigeno Pachakutik, che con il 16,07% è il secondo partito più votato nel paese, nel partito Socialista e nell’estrema sinistra del Movimento Popolare Democratico, una opposizione sociale che potrebbe attrarre molti elettori bolivariani correisti, in quanto delusi dalle pieghe in cui si sta dipanando l’esecutivo di Rafael Correa e questi elementi potrebbero diventare molto pericolosi per la stabilità del Presidente Rafael Correa, perché questi gruppi politici ben radicati nel paese sono gli unici a poter mobilitare i cittadini dell’Ecuador su questioni sociali, molto più di altri raggruppamenti politici e sono quindi i più temuti a sinistra dall’attuale Presidente Rafael Correa.
Circolo Culturale Proletario di Genova
«Chevron minaccia la revolucion ciudadana»
— Geraldina Colotti, 15.4.2014 “Il Manifesto”
Ecuador. Parla il viceministro Leonardo Arizaga
«La multinazionale Chevron ha provocato in Ecuador una contaminazione 30 volte peggiore di quella prodotta dalla British petroleum nel Golfo del Messico tra aprile e settembre 2010». Così dice al Manifesto Leonardo Arizaga, viceministro degli Esteri ecuadoriano. Arizaga è in Italia per un giro di conferenze che hanno al centro la vertenza ambientale tra le popolazioni indigene dell’Amazzonia ecuadoriana e la multinazionale Usa. Ricapitola le tappe della vicenda. Dal ’72 al ’92, durante la realizzazione di attività estrattive petrolifere nella provincia di Sucumbios e Orellana, Chevron-Texaco versa 68.140.000 metri cubi di rifiuti tossici.
Nel febbraio del 2011, dopo 9 anni di litigi, i tribunali ecuadoriani legiferano a favore delle popolazioni colpite dall’inquinamento, che hanno inizialmente sollevato la questione in un tribunale di New York. La multinazionale (la seconda più grande degli Stati uniti) deve pagare 19 mila milioni di dollari. Una cifra in seguito ridotta a 9.500 milioni di dollari da una successiva sentenza della Corte nazionale di giustizia dell’Ecuador. «Ma adesso — spiega il viceministro — è in pieno corso un arbitraggio alla Corte permanente dell’Aja».
La multinazionale ha iniziato la battaglia contro il governo dell’Ecuador nel 2009, accusando la petrolifera statale Petroecuador di essere l’unica responsabile dei danni. E il 4 marzo, la giudice federale Lewis Kaplan ha accolto la tesi degli avvocati di Chevron, secondo i quali il processo in Ecuador sarebbe stato viziato. «Esistono però numerosi testimoni — dice ancora Arizaga — che hanno visto e subito cose diverse. La multinazionale ha usato tecnologie estrattive obsolete e a basso costo, incurante della vita delle persone e dell’ambiente. Dopo oltre vent’anni, nella zona del lago Agrio l’inquinamento è ben visibile e i suoi effetti devastanti. I periti statunitensi, in arrivo nel paese, potranno constatarlo di persona. Le multinazionali — aggiunge — sono bene accette perché siamo un paese in via di sviluppo, ma a condizione che rispettino le leggi dello stato».
Uno stato che ha scommesso sulla «revolucion ciudadana», che ha rinegoziato il debito internazionale per dedicare i soldi e le risorse pubbliche «a ridurre ulteriormente la povertà, all’istruzione e allo sviluppo industriale. Oggi — aggiunge il viceministro — le popolazioni chiedono che determinati progetti vengono attuati nel posto dove vivono, perché sanno che almeno il 30% del guadagno sarà investito per il proprio benessere».
Non tutto, però, quadra, come nella vicenda del Parco Yasuni, una grande area incontaminata che il governo ha deciso di trivellare. E ora diversi gruppi di attivisti hanno raccolto le firme per un referendum che fermi le macchine. Il viceministro ricorda i tentativi fatti per anni da Correa, che aveva proposto alla comunità internazionale di compensare al 50% il valore del petrolio lasciato sotto il parco, ma senza grandi esiti. «E per questo si è deciso, pur con tutte le cautele, di sfruttare l’1 per 1000 dello Yasuni, consapevoli che comunque cercare il petrolio ha un costo ambientale».
I risultati ottenuti dal governo progressista di Correa «che dopo 7 anni ha un gradimento in crescita», indicano però — secondo il viceministro — che si può assumere il rischio per aumentare il benessere della popolazione: perché l’Ecuador ha sì «la più bassa percentuale di disoccupati dell’America latina e il più basso livello di inflazione, ma una persona su 4 soffre ancora la fame e il livello delle esportazioni è rimasto quello di quarant’anni fa: ancora dipendente dal petrolio bruto e dalla vendita delle materie prime. E per questo si sta costruendo una raffineria con l’apporto di Cina e Venezuela».
Per cambiare le cose, occorre «lavorare allo sviluppo di nuove relazioni continentali», cercando di schivare le trappole del neoliberismo e favorendo il dinamismo dei paesi progressisti. E qui il viceministro loda l’iniziativa della Unasur nella commissione di pace in Venezuela. Importante, però, è anche potenziare le relazioni con i partner tradizionali: gli Usa (dove vive un milione di ecuadoriani) e la Ue, che ne ospita altrettanti.